Un’onda che porta con se la voglia di creare e credere che si possa vivere facendo quello che si ama. Nasce a gennaio 2020 come casa di produzione cinematografica dall’unione di 3 professionisti che condividono intenti, sogni e ambizioni allo scopo di produrre e creare il Cinema che li appassiona.

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Noemi Portolani – Il pianto del sole

Il pianto del sole

Una cosa che mi ha sempre colpito è la prospettiva. Quel sottile gioco di visione che, a seconda di come guardi, può essere la tua grazia o la tua rovina. È buffo come una semplice opinione possa influenzarti tanto da far scaturire quel curioso effetto domino che è la vita. Tutto e niente hanno lo stesso significato davanti alla precisa freccia lanciata dal Caos su ogni essere. Per loro tutto è un caso e nulla lo è; tutti giudicano, disprezzano, amano. Ognuno ha una propria percezione del mondo e secondo essa agisce, ribaltando le sue sorti.

Decade delle scoperte, dagli scritti di Curiyan

In principio la Terra non conosceva il genere umano, ma quel dì una Dea, Curiyan Turoki (சூரியன் துரோகி), scese dal sole, sua dimora, per accudirla: sentendosi sola decise di crearsi un compagno dalle ceneri di un albero, così che fosse un suo sottomesso, ma allo stesso tempo gentile e puro di cuore. Dalla loro unione nacque una razza mista, chiamata degli “Immortali”. Non avevano i poteri della madre a causa del sangue impuro del padre, eppure, al compimento dei diciotto anni smettevano di crescere e rimanevano giovani in eterno, immuni alle malattie e con una virtù irreprensibile ereditata dal padre, che gli impediva di uccidersi a vicenda. Passarono secoli e la Dea dimenticò la sua divinità. Innamorata del suo compagno passò la vita assieme a lui, senza essere più in grado di operare al di sopra di un qualunque Immortale. Il tempo trascorreva in armonia e non c’era ragione di preoccuparsi; fin quando non arrivò il primo morto. Non successe nulla di eclatante; stava parlando con la sua famiglia e all’improvviso il filo che lo teneva legato alla vita si spezzò e lui cadde nella poltrona sulla quale sedeva. La moglie e i figli preoccupati dallo strano avvenimento che non comprendevano, sollevarono l’uomo e lo portarono dalla capostipite della loro gente. Gli occhi di Curiyan si riempirono di lacrime osservando il corpo. Ricordò avvenimenti successi millenni prima, in un’altra epoca, su un’altra pianeta, nel quale migliaia di persone morirono per un suo capriccio. Sapeva cosa stava accadendo.

In preda al terrore cercò di avvisare quanta più gente possibile; nonostante questo era conscia, per una reminiscenza interna della quale non riusciva a ricordare l’origine, dell’inutilità dei suoi sforzi. Nel giro di pochi mesi la popolazione dimezzò e dopo appena un anno erano rimasti poco più di cinquanta individui, tutti radunati nella città d’origine. Molti piangevano i morti, altri si stringevano ai rimasti, pensando ansiosamente a chi sarebbero stati i prossimi. All’alba del trecentotrentaquattresimo giorno fu ritrovato morto il primogenito di Curiyan. Questa, pazza di dolore, si isolò una settimana per piangere suo figlio. Quando ritornò ad uscire il suo volto era sfigurato: i suoi lineamenti parlavano di sofferenza, ma i suoi occhi ardevano d’una nuova fredda determinazione. Convocata un’assemblea disse con tono imperioso che esisteva un luogo sicuro: “Vi ci porterò tra tre giorni esatti. Portate cibo, acqua e vestiti con voi: potremmo dover restare per molte settimane”. Il sollievo per la notizia non fece pensare al perché avesse aspettato tanto per proporre quella soluzione. All’alba del terzo giorno, con al fianco il suo compagno, guidava il corteo verso la salvezza. Arrivarono davanti ad un enorme trabiccolo. A loro poteva sembrare una casa, noi lo definiremmo disco volante. L’interno era pieno di sedie ancorate al terreno, del numero esatto dei sopravvissuti, e le pareti erano grigio titanio ed il tetto tinto d’azzurro per simulare il cielo. Quando tutti furono seduti, con delle imbragature ad assicurarli, Curiyan si afflosciò priva di sensi. Le luci rosse impedirono a chiunque di accorgersene tranne al suo amato, che sentì la sua mano sottrarsi alla sua stretta appesantendosi sempre di più. All’improvviso la navicella iniziò ad innalzarsi. Lo stupore fu generale, ma la fiducia impediva alla paura di prendere il sopravvento. Appena lasciata l’atmosfera, Curiyan fu presa da un folle e cieco terrore: grosse lacrime iniziarono a bagnarle il volto, mentre era scossa da tremiti che le provocavano urli disumani. La preoccupazione era palpabile mentre tutti guardavano il loro grande capo dare di matto e tentare di togliersi l’imbracatura, e la certezza che ci fosse qualcosa di sbagliato iniziò piano piano a penetrare nelle loro menti. Infine riuscì a liberarsi. Con passi sicuri si diresse verso una porta, quasi totalmente mimetizzata con il resto della parete. Era certa che la meta di quel volo fosse il Sole: nessuno di loro sarebbe sopravvissuto. Una lampadina si illuminò nella sua mente, rendendole tutto chiaro. Era stata cacciata dal Sole, Terra degli Dei; spedita in un pianeta disabitato con un altro Dio rinnegato, Maraṇa naṭcattiram (மரண நட்சத்திரம்). Questi aveva un piano per ritornare dove spettava loro. Se fossero andati separatamente sarebbero stati carbonizzati, insieme il sole si sarebbe preso il loro potere: l’unico modo era portare altri esseri pensanti con loro. Questi sarebbero morti e loro sarebbero tornati alla loro vita. Poiché Maraṇa era quello con il fisico più possente tra i due, fu deciso che sarebbe stata Curiyan il modello con il quale sarebbe stato creato il popolo della terra, in modo non concedere loro troppo potere. Lei avrebbe vissuto tra loro per guidarli fino a che non avesse raggiunto il livello necessario, ma stando con loro iniziò ad amarli, ed era sempre più restia l’idea di condurli al declino. Quando Maraṇa iniziò a diffondere la sua peste lei cercò di tenerla lontana da coloro che amava di più e condusse i sopravvissuti su una speciale navicella che avevano creato. Ormai era questione di minuti alla realizzazione del loro sogno quando il suo compagno, creato da lei stessa perché lo venerasse, la guardo con occhi pieni d’amore e le chiese “Dove stiamo andando?”. Fu per lui che rinnegò la sua natura Dea e fece crollare il velivolo. Maraṇa, furioso, si macchiò del disonore più grande per un Dio: cancellò la memoria d’un suo pari. Per salvarsi le rubò i ricordi e li sostituì con un artificio. Ricordi di centinaia di Ere vissute si accavallarono nella sua mente, destabilizzandola. Durante la seconda Era lui l’aveva tenuta lontana dal popolo, fingendosi il suo compagno; in un’altra la soggiogò obbligandola ad inchinarsi nella pubblica piazza davanti a lui prima di portare il popolo nella navicella della morte. Ancora, le lotte, la distruzione che lui aveva portato per convincerla, cercando di mostrarle la fragilità del suo prezioso popolo; le suppliche di lei perché li lasciasse in pace, fino alla decisione di quel mostro di celarsi ai suoi occhi e procedere a tentativi fino a metterla in ginocchio. L’eternità non conosce ritardi. Ma niente di tutto questo la colpiva come fosse il fulcro di tutto: quel posto era riservato l’amore travolgente per quella sua creatura, che sentiva sua pari, e per il suo popolo, che si fidava di lei come di nessun altro. A questi pensieri la sua pelle inizio a brillare fino ad emettere luce propria, proveniente dall’interno. All’improvviso scomparve. Non seppe mai quanto durò quel tempo. Vedeva solo luce e si sentiva bloccata tra l’essere e il non essere; eppure non era una sensazione negativa. Era una coperta calda che l’avvolgeva, come se fosse infine tornata a casa dopo millenni. Quella luce scomparve alla sua vista, lasciandola dentro la sua casa, rannicchiata sul letto. Un’intuizione le disse che era tornata indietro e che questa volta aveva la concreta possibilità di cambiare il corso della storia. Si vestì in fretta e corse dal suo amato e gli disse che sapeva che nessun altro sarebbe scomparso. Dovevano tutti andare dentro un rifugio sicuro che lei gli avrebbe indicato. Aveva da fare, disse, ma li avrebbe raggiunti in fretta. Non appena fu certa che tutti erano al sicuro, decise di tentare di tornare ancora più indietro, a cavallo tra un’era e un’altra. Dopo svariati tentativi si trovò in una foresta molto fitta, piena di laghi, nei quali erano specchiate tutte le Ere conosciute da quella terra. Non sapeva esattamente cosa cercare, eppure continuava ad andare avanti: non ci sarebbero più state vittime nella sua storia. Vide che a ogni lago corrispondevano due cascate e avvicinandosi scoprì che in ognuna di esse riusciva a vedere una delle vite che aveva vissuto sulla terra. Decise allora di seguire quelle correnti fino ad arrivare all’inizio di tutto, durante il quale ancora non era atterrata su quel pianeta. Arrivata, si buttò senza indugi e si ritrovò in piedi nel bel mezzo del nulla. Concentrata chiuse gli occhi, tentando di tornare in quel senso di pace che aveva provato durante il suo inconsapevole salto, nella navicella. Non accadde nulla. Era terrorizzata dall’idea di fallire. Vide dentro di sé quegli occhi che tanto amava, pensando di averli delusi, e in quel momento tornò indietro. Li trovò tutti insieme nella grotta in cui li aveva nascosti: era stata la sua prima casa sulla Terra, quando il popolo non era ancora abbastanza evoluto per case vere, e sapeva che Maraṇa non avrebbe mai nemmeno pensato a quel posto. Uno per uno li accompagnò indietro, prima ancora della loro creazione;  lì prese il suo compagno da parte per raccontargli tutto. Gli spiegò di tutte le vite che avevano vissuto insieme e di come lui la riuscisse ad incantare sempre e completamente. “Ti amo più della mia stessa vita” disse alla fine “perciò tutto questo deve finire. Prenditi cura del nostro popolo”. Lui capì cosa sarebbe presto accaduto. Finché lei restava ad aiutarli a stabilirsi, però, non avrebbe detto niente. Case e palazzi furono costruiti, l’ordine ristabilito. E Curiyan gli disse addio. Salì sul razzo che aveva costruito appositamente, spiegando che l’unico modo per cui tutto andasse a posto era lanciarsi a velocità doppia rispetto al suo viaggio Sole-Terra e distruggere se stessa e quel mostro prima che loro li sterminassero. Le sue labbra si posarono su quelle della compagna per un ultimo, appassionato, dolce bacio e lui si allontanò,  ben sapendo che se non l’avesse fatto non avrebbe avuto la forza di lasciarla partire. Lei chiuse lo sportello e si lanciò verso la morte, con i pugni ben serrati e le braccia rigide contro il corpo. Una lacrima solitaria le scendeva lungo il viso.

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