Un’onda che porta con se la voglia di creare e credere che si possa vivere facendo quello che si ama. Nasce a gennaio 2020 come casa di produzione cinematografica dall’unione di 3 professionisti che condividono intenti, sogni e ambizioni allo scopo di produrre e creare il Cinema che li appassiona.

In. Fb.

Erica Molinari – La radura quasi senza confini

La radura quasi senza confini

Assaporare il calore del sole mentre attraversa il cielo camminando tra le foglie degli
alberi, il vento accarezza la pelle, gli occhi appena socchiusi mostrano una verde distesa
interrotta da freschi colori floreali, le nuvole scivolano sottili lungo l’infinito fascio azzurro
che circonda l’allegro paesaggio, è primavera.
Stagione di nuovi germogli, profumo di dolci nell’aria, le maniche della giacca si
accorciano e la luce del giorno si trattiene nelle nostre case per qualche minuto in più ogni
dì che passa.
Stenderti in un prato liberamente e vivere quegli istanti speciali, mentre un merlo intona
dolci canti nella lontananza di un verde bosco; attendere nel silenzio seduto in veranda il
profumo di pane appena sfornato liberarsi dalla cucina; riflettere trasportato dalla melodia
di un pianoforte liberando la mente un po’ oltre i limiti del pensiero razionale; correre in un
campo gettando un passo dopo l’altro dove capita senza considerare il dove ed il quando,
lasciando che sia il vento a guidare i tuoi movimenti, andando fino a dove esso voglia
senza considerare alcun limite, permettendo al tuo corpo di assaporare la più dolce tra le
sensazioni: la libertà.
Libertà.
Cosa succede se privi un’aquila delle sue ali? Se la privi di ciò che le permette di librarsi
nel cielo, libera di essere ciò che la rende felice?
Succede che quest’aquila senza le sue ali non avrà la forza di andare avanti, sentendosi
costretta ad abbandonare ciò che da sempre l’aveva resa libera.
I nostri sogni sono le nostre ali, coloro che oltre ad ogni limite, oltre ad ogni ostacolo,
trascinano i nostri pensieri laddove solitamente li aspetta un muro chiamato realtà pronto a
fermarli.
Cosa accadrebbe perciò se un giorno svegliandoci ricordassimo solo buio, un lungo
susseguirsi di ore colme di buio ma sostanzialmente vuote, come se il nostro amato
mondo dove ogni notte corriamo a rifugiarci stringendo a noi i nostri più profondi desideri
fosse stato chiuso a chiave, inaccessibile a coloro che non sanno come forzare la
serratura?
Tutto iniziò con un temporale, un temporale che iniziò con un tuono, fu un lamento così
lungo e forte da far balzare il cuore a tutti e sei i ragazzi di Votremaison. I loro piedini
tremanti appena più su dello spigolo del letto indicavano che qualcosa in quello
orfanotrofio terrorizzava i pensieri di quei fanciulli, un semplice tuono aveva spalancato gli
occhi a sei creature che ora giacevano con la coperta stretta poco più in giù delle narici,
come fosse lo scudo di un soldato che dietro ad esso protegge la sua stessa vita.
Le pareti di quell’orrendo edificio erano decorate da una carta da parati ormai ridotta ad un
grigio tessuto ammuffito, l’odore di marcio ti entrava fin dentro alle vene e si confondeva
col sangue, strappando da esso ogni energia.
Dal giorno in cui ognuno di quei sei ragazzini aveva messo piede a Votremaison qualcosa
in loro si era spento, ragazzini che in pochi istanti avevano visto la loro famiglia
disperdersi, l’avevano salutata certi che non fosse un addio, alcuni erano orfani, altri
indesiderati, qualcuno non ricordava nemmeno di aver avuto una famiglia in passato, quel
posto e quel destino li avevano divorati e svuotati, ripuliti da ogni speranza e da ogni
aspettativa, da ogni sogno.
Eppure in quella notte di pioggia qualcosa era accaduto, qualcosa aveva smosso nelle
loro testoline un antico ricordo, forse un libro, forse un racconto dove fantasmi in cerca di
anime da trascinare con sé si aggiravano per i corridoi di una gigantesca e spaventosa
casa.
-Io dico che dobbiamo andare a controllare.
Sussurrò una voce, era la voce di Oliver, il più piccolo tra i fanciulli.
Fu la frase che scatenò nella stanza una curiosità talmente forte da sovrastare la paura,
così uno dopo l’altro si sedettero tutti sopra al proprio letto ed iniziarono a discutere e a
macchinare su come avrebbero potuto sfruttare al meglio quella notte tempestosa.
Tanti anni prima Janette aveva scorto la sorella maggiore seduta in stanza con le amiche,
erano vicine e si riparavano da chissà cosa nascondendosi sotto a delle bianche lenzuola.
Una ragazza tra le tante stava raccontando una fiaba, pronunciando una parola dopo
l’altra come se avesse visto ciò che narrava con i suoi stessi occhi, da quel giorno Janette
desiderò fortemente vivere un’esperienza simile, ma il tempo aveva velato questo
desiderio di rassegnazione.
Fu quindi lei a suggerire di intrufolarsi in biblioteca, prendere due o tre libri e poi
nascondersi da qualche parte per scoprire cosa era contenuto in essi.
Dopo qualche istante tutti i sei ragazzi erano pronti e tra qualche insicurezza ed un paio di
risatine cominciò la loro avventura.
Presi i libri si nascosero all’interno di uno stanzino dove riposavano scope e rastrelli e si
sedettero abbracciati da qualche candido lenzuolo, la piccola Janette di dieci anni prima
sarebbe stata felice se fosse stata presente. I minuti impiegati nel tentativo di trovare e
raggiungere i libri erano stati intensi e pieni di emozioni, ma le loro espressioni non
sembravano quelle di coraggiosi avventurieri scampati all’impossibile che stavano per
spartirsi il tesoro guadagnato con sudore, anzi, parevano solo sei corpicini tremanti ed
indifesi in attesa di una storia avvincente da poter ascoltare.
Quel libro polveroso raccontava di pirati astuti, cavalieri impavidi, donzelle dall’animo
gentile, principi affascinanti ed eroine dalla forza incomparabile, ma sarebbe stato troppo
semplice se Oliver, Gerry e Jaque avessero voluto trascorrere la serata narrando “la
favola
di Biancaneve”, ed altrettanto facile se a loro volta le ragazze avessero accettato di
trascorrerla udendo “le avventure di Robin Hood”.
Fu più complicato accordarsi sulla favola da leggere che procurarsela e, mentre il libro
veniva tirato avanti e indietro da manine prepotenti, uno strattone troppo violento fece
saltare la spessa copertina in stoffa e con essa una decina di pagine, che volteggiarono in
aria confuse posandosi poco dopo a terra.
“Per Bacco! Guardate un po’!” esclamò un vocina, ma prima che chiunque potesse
aggiungere una parola riguardante quel pasticcio, qualcos’altro catturò la loro attenzione,
così ognuno di essi lesse ad alta voce ciò che i propri occhi mostravano.
Chi parlò di draghi, chi di principesse, chi di sirene e lagune infestate, chi di gnomi e chi di
giganti, poi gli occhi di tutti scivolarono sul foglio più particolare caduto a terra, era
completamente bianco e segnato da una frase che come il resto di quelle bizzarre pagine
era scritta a mano, essa diceva a caratteri cubitali “La Radura quasi senza confini”. Gli
occhi che stavano leggendo quelle parole mutarono in scintille, che splendevano e
luccicavano e desideravano raccogliere quel manoscritto che pareva perfetto, così in poco
tempo ricomposero il racconto e cominciarono a leggere.
La storia nasceva su uno dei 100 colli ai lati di una radura immensa, ognuno di questi colli
ospitava delle creature straordinarie che un tempo erano amiche e condividevano le loro
vite. A causa di uno spiacevole avvenimento però, il sole non batteva da anni su quei prati,
e le creature tristi ed infuriate si erano rifugiate ognuno su un colle differente, ed ora tra
loro vigevano odio ed ostilità. Nessuna di quelle creature aveva più avuto contatto con
altre e da secoli vivevano sole sulla cima di quei colli, ogni domani era più triste di ogni
ieri, ed ogni minuto che passava il ricordo di quella radura verde e splendente si faceva
più lontano.
Alcuni paladini però, stanchi di questa monotona grigia e solitaria esistenza avevano
intrapreso un viaggio alla ricerca del motivo di quell’evento devastante.
Il viaggio era stato lungo e pieno di insidie. Per giungere al cuore di quella radura erano
stati costretti a superare non solo i colli posti più all’interno, abitati dalle creature più
terribili, ma anche ad oltrepassare il labirinto di alberi dove migliaia di alberi uguali
bloccherebbero anche il più astuto uomo, avevano nuotato attraverso il lago rosso, che
mostra le paure più grandi e ti porta a fondo con esse, erano entrati nelle grotte, al cui
interno riposano leoni alti due metri, avevano attraversato la foresta di liane, la cascata di
lacrime, ed infine avevano combattuto contro i loro ricordi nelle case infestate la cui porta
se aperta dall’interno dava accesso alla meta di quell’avventura, il bosco delle ninfe, così
difficile da raggiungere perché abitato e governato da fate, streghe e spiriti che
proteggevano e comandavano la radura, i colli e tutto ciò che era situato nelle vicinanze di
quei luoghi. Se era successo qualcosa di orribile, tremendo e tanto potente da colpire tutta
la radura, la causa doveva per forza essere là dove il sole non aveva mai cessato di
splendere e dove le anime vivevano da sempre in armonia.
“Una brezza leggera guidò il loro sguardo ad un limpido fiume, dove una bellissima
fanciulla stava facendo il bagno canticchiando soavemente una dolce melodia, da quella
melodia partivano morbide, bianche e spumose nuvole”.
Queste erano le ultime parole scritte sull’ultimo foglio il cui retro era bianco, ma prima che
uno tra quei fanciulli potesse lamentare questo finale incompleto, un forte rimbombo
accompagnò la caduta di una delle scope appoggiate ai muri del loro rifugio. Tutti e sei i
bambini si precipitarono fuori e colorando la loro fuga con un grido assordante si diressero
verso la loro stanza,venendo chiaramente ma inaspettatamente fermati nel tragitto dalla
larga sagoma della sorvegliante. Dopo una tirata d’orecchie per uno ed un paio di sgridate
rivolte ad un “voi” generalizzato, si trovarono sotto alle loro coperte sopra ai loro letti
proprio come un’ora prima, ciò che era mutato però era che i loro piedini non tremavano
più di paura, bensì di emozione, una sensazione che nessuno di loro aveva provato per
anni.
Dopo aver chiuso gli occhi, solitamente li riaprivano poco dopo nella scura e triste stanza
dove trascorrevano le loro giornate, ma, con grande sorpresa, al mattino seguente le
mattonelle gelide su cui posavano i piedini dopo il sonno erano mutate in morbida e fresca
erba, le pareti erano sparite ed al loro posto c’erano alberi immensi, il soffitto non c’era, al
suo posto c’era il cielo, un infinito cielo grigio.
Era tutto esattamente come nella loro amata storia, un paesaggio triste e desolato, ma era
mille volte più bello di come se lo erano immaginato.
Spingendo lo sguardo oltre al limite dell’incredulità, si scorgevano alte montagne
all’orizzonte, avvolte in fitta nebbia che lasciava appena la possibilità di vedere che sulla
fiancata di una tra esse riposava un gigante grande almeno metà del monte, pareva un
bellissimo sogno, ma nessuno tra quei fanciulli aveva mai sognato un posto simile.
Sapevano cosa stava accadendo, si erano addormentati quella sera tanto immedesimati
nella storia e tanto curiosi di conoscere il finale che l’avevano sognata, anzi, la stavano
sognando. I passi da compiere erano chiari, conoscevano tutti la sequenza di avvenimenti
della favola, conoscevano i loro compiti e sapevano come svolgerli, così partirono ognuno
dal proprio colle nei panni del proprio paladino, alla ricerca di un finale per la loro fiaba.
Oltrepassare il colle abitato da draghi fu semplice: mentre volavano, essi erano distratti e
fu semplice raggirarli. Il colle appartenente ai troll invece richiese diverso tempo, i troll
sapevano della presenza di indiscreti visitatori; il labirinto di alberi li trattenne per tre notti
ed il lago rosso per un intero giorno. Il sogno era sempre più lungo e sembrava trattenerli
con sé fermamente, i ragazzi però non se ne fecero un cruccio, sapevano bene che nei
sogni il tempo non scorre come nella realtà e soprattutto, quel sogno così pericoloso e
ricco di insidie era per loro un caldo abbraccio, che li stringeva con prepotenza impedendo
loro di svegliarsi e di tornare alla monotona esistenza alla quale appartenevano. Giunsero
al termine della loro avventura, ma non fu semplice come nelle parole che avevano letto: i
paladini del racconto erano coraggiosi, impavidi, esperti e soprattutto erano creature
magiche. Sei bambini in confronto hanno qualità inferiori, tranne fantasia e curiosità,
qualità perdute in quella landa triste e spenta, dove nessuna magia avrebbe potuto fare
più di un pensiero proveniente dall’animo di un bambino. Una casa infestata da ricordi,
dunque, fu l’ultima tappa. Immaginate dei ragazzi che vivono sentendosi ripetere spesso di
non pensare al passato costretti a camminare tra muri costruiti dai loro peggiori ricordi
dopo che la porta spinta da un forte vento si era chiusa dietro alle loro spalle. Trascorsero
all’interno di quell’inferno un tempo non stimabile, né troppo né troppo poco,
semplicemente il tempo necessario perché ognuno di essi potesse vedere e vivere il
proprio abbandono ed il motivo di esso, il giorno in cui la decisione era stata presa ed il
giorno in cui la loro grigia permanenza a Votremaison era cominciata. Dapprima parve un
incubo ma dopo poco un’emozione potentissima colmò la rabbia, la delusione, la tristezza
e la paura: erano tutti troppo piccoli durante quei giorni per poterli ricordare e nonostante
gli sforzi non avevano mai saputo niente al riguardo, ma ecco che quei ricordi spaventosi
nascosti in loro si mutavano in risposte! Dopo un lungo battito di ciglia aprirono la porta e
gli occhi ed il loro sguardo perso mostrarono un paesaggio che nessun essere umano
potrebbe mai immaginare o descrivere: erano giunti al bosco delle ninfe. Come era scritto
tra le pagine, una brezza leggera guidò il loro sguardo ad un limpido fiume, dove una
bellissima fanciulla stava facendo il bagno canticchiando soavemente una dolce melodia,
da quella melodia partivano morbide, bianche e spumose nuvole.
Si avvicinarono, titubanti, sicuri, curiosi, impauriti, determinati, passo dopo passo in un
modo diverso, la fanciulla si voltò, lesse nei loro occhi la risposta alla domanda che stava
per porgere, poi pronunciò le seguenti parole:
-Cosa vi porta qui, avventurieri?
I ragazzi rimasero muti, si erano fermati dopo un passo indeciso, nessuno di essi avrebbe
pronunciato una parola, la fanciulla lo sapeva, così proseguì da sola.
-Ci avete messo anni a trovare la forza e giorni per usarla, la forza di partire ed affrontare
questo viaggio considerato tra i più complicati da affrontare, inferiore come pericolosità
solo al viaggio per l’Olimpo e al viaggio per capire sé stessi, un viaggio interiore.
I boschi sono grigi, i fiumi piangono, la natura dorme, la radura muore, gli abitanti di essi
guardano, guardano e pensano i più tremendi castighi per chiunque ne sia la causa,
punizioni che infliggerebbero con le loro mani, torture, si disperano e non pensano ad altro
che a quella che credono essere la causa di tutto ciò, alla terribile, chissà quanto lontana e
complicata da raggiungere, causa.
Il colpevole, la causa, e la soluzione, siete voi stessi.
Un dì qualcuno tra voi o le altre creature è stato sopraffatto da un pensiero di troppo, un
pensiero deludente e forse insistente, esso influenzò l’animo di chi lo aveva pensato e chi
lo aveva pensato influenzò il resto degli animi, i pensieri tristi cancellarono quelli felici, così
gli abitanti della radura e la radura stessa con essi si spensero.
Non avete scelto la vita che vivete ma potete scegliere come viverla, se in armonia, in
compagnia di amore, amicizia e fantasia o nella negatività. La vostra vita muterà a
seconda di ciò, ci sono dati di fatto solo in apparenza immutabili, spetta a noi e ai nostri
sogni mutarli.
Il sogno terminò con un sorriso e sei teste che sbucarono dalle proprie coperte e in
silenzio trascinarono l’intero corpo seduto sul lato del letto.
-Ho un sogno da raccontarvi-disse Janette.
Tutti ne avevano uno, simile in ogni dettaglio, il medesimo che completò una pagina
bianca accartocciata da qualche parte in un cestino di quella casa, un sogno che narrava
di un mondo magico nuovamente rigoglioso abitato da fantasia e amore, un sogno che
forse non era solo un sogno ma che se anche lo fosse stato, valeva più di qualsiasi
avventura mai vissuta.

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