Un’onda che porta con se la voglia di creare e credere che si possa vivere facendo quello che si ama. Nasce a gennaio 2020 come casa di produzione cinematografica dall’unione di 3 professionisti che condividono intenti, sogni e ambizioni allo scopo di produrre e creare il Cinema che li appassiona.

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Beatrice Conficconi – La Piuma

La piuma

LA PIUMA

 La piuma volava trasportata dal vento sulle immense distese di campi sottostanti. La sua figura leggiadra danzava apparentemente senza meta nell’aria frizzante della primavera. Nel frattempo lungo un sentiero una sottile figura incappucciata procedeva lentamente, accompagnata da un asino che, incredibilmente, riusciva a non soccombere al peso dei due grandi sacchi che gravavano su di lui. Tutto attorno il grano pareva inchinarsi al passaggio di quella sagoma tanto anonima quanto intrigante, che si stagliava buia in quel mattino tanto luminoso. D’un tratto, senza che un singolo rumore attirasse la sua attenzione, l’essere alzò lo sguardo al cielo e la piuma, che gli veniva incontro con apparente indifferenza, cominciò la sua discesa. Poco prima di toccare il suolo fece qualche giro attorno alla testa incappucciata e, come per una forza misteriosa, ritornò a ballare in aria senza permettere alla polvere del sentiero di intaccare il suo candore. Seguendo la sua danza, lo sguardo del forestiero incrociò il profilo di alcuni tetti poco lontano: un paesino dormiva intorpidito dal sole e dall’atmosfera primaverile, disteso lungo una vallata al limitare di un bosco. L’uomo ebbe un brivido: “Ottimo lavoro- sussurrò- è perfetto” -. Quando giunse vicino alle abitazioni, le vide svegliarsi come per magia: dalle finestre sentiva gli sguardi di molti curiosi, i bambini cominciavano ad uscire chi per giocare, chi per aiutare le madri nelle faccende domestiche. Gli uomini iniziavano a emigrare verso i campi con le vanghe sulle spalle, mentre le donne verso il fiume con le ceste ricolme di panni. Altri soggetti più pittoreschi montavano lungo le strade bancarelle di frutta o balocchi e iniziavano a starnazzare nel disperato tentativo di attirare l’attenzione di qualcuno. Dilettanti. Lo sconosciuto si posizionò al centro di una piccola piazza, ma nessuno ci fece troppo caso: molti pellegrini e viaggiatori passavano di lì ogni giorno e a volte rimanevano a fare l’elemosina fuori dalla chiesa. Ma lui era diverso. Con un veloce gesto del braccio si tolse il cappuccio e quel viso fece girare tutti: una bocca sottile, un paio di occhi zaffiro e un naso piccolo e affilato, erano incorniciati da lunghi capelli rossi. Questi fili di rame ricadevano lungo il suo corpo slanciato e risaltavano ancora di più a contatto con il bianco della camicia di seta che indossava. Al collo una catenina d’oro attirava già gli sguardi di alcuni briganti, così come l’anello che portava alla mano sinistra. Ma nell’anima degli osservatori, oltre a stupore e meraviglia per quella creatura meravigliosa che gli si era palesata davanti, c’era anche un timore quasi reverenziale, suggerito dal suo portamento elegante e dal suo sguardo penetrante: “Buon giorno a tutti amici!” – la sua voce era squillante e chiara come la risata di un bambino “Io mi chiamo Lucifer e sono un mago, il mio lavoro è sorprendere le persone e oggi mi sono imbattuto per caso nel vostro piccolo e grazioso paesino. Permettetemi dunque di migliorare questa giornata”. Senza che nessuno dei presenti riuscisse a dire qualcosa o anche solo a pensare, Lucifer sciolse i nodi che chiudevano i due sacchi trasportati dall’asino e ciò che seguì fu uno degli spettacoli più belli che chiunque lì poté ammirare nella sua vita. Un gigantesco turbinio di piume bianchissime scaturì fuori dai sacchi e cominciò a volteggiare in aria formando strane geometrie come fosse un essere senziente. Era come se ogni singola piuma respirasse, fremesse dall’emozione e dalla gioia di essere finalmente uscita da quella prigione. Tutti erano rapiti e solo dopo che le piume furono tornate nei loro sacchi, osarono smettere di trattenere il fiato. Un’ esplosione di grida e risate riecheggiò in tutta la valle: i bambini correvano attorno a Lucifer chiedendo di poter toccare le piume, gli uomini commossi lo ringraziavano per avergli mostrato qualcosa di tanto incredibile, dopo che avevano pensato di aver visto tutto nella vita e, ovviamente, le donne gli facevano domande e arrossivano ad ogni suo sguardo e sorriso. L’unico che rimaneva in disparte a scrutare di sottecchi il forestiero era il prete del paesino Don Vittorio, che aveva la fama di uomo molto burbero e sospettoso. Lo stravagante corteo di adulatori si spostò poi dalla piazza in una locanda molto squallida, dove Lucifer aveva affittato una camera per passare la notte. Dopo aver legato il suo fidato compagno di viaggi nel retro, l’uomo passò il resto del giorno ad accogliere giovani ragazze per rispondere alle loro domande e curiosità, mentre gli uomini già nel pomeriggio si erano trovati costretti a tornare al lavoro e i bambini, dopo un primo eccitamento, si erano già interessati ad altro. Dopo aver accolto tutte le giovani del paese, si trovò davanti il volto da caprone di Don Vittorio, quando oramai il sole aveva fatto capolino dietro l’orizzonte da qualche ora. Aveva una facciata solcata da profonde rughe, due occhi porcini infossati nel cranio e cerchiati da borse carbone. Il naso era troppo grande e le labbra screpolate nascondevano una bocca sprovvista di alcuni denti: “Allora- disse con una voce roca rivolto a Lucifer- da dove hai detto che vieni giovanotto?”. Lucifer lo fissava, divertito dalla goffaggine del suo portamento: “Beh padre, da un po’ qua e un po’ là. Sono orfano da quando riesco a ricordare e vago senza meta da quando avevo sette anni. Sono entrato quasi subito a far parte di un circo ma poi sono scappato. Sa, non riuscivo ad esprimere tutto il mio potenziale”. Il prete si girò e mise la mano sulla maniglia della porta: “Una storia triste la tua, ragazzo. Spero che quando te ne sarai andato da qui, possa trovare una spiegazione a tutto il male che ti è capitato. Prego solo che tu faccia presto a lasciarci, non siamo abituati a presenze conturbanti. Addio”. E sbatté la porta alle sue spalle. Lucifer continuava a sorridere guardando il soffitto della sua stanza, disteso sul letto: “Un prete singolare, forse il più strano e il più sveglio che abbia mai conosciuto. Molto sospettoso e sgradevole certo, ma con un ottimo sesto senso”. Si addormentò ascoltando i suoni della natura che provenivano dal bosco vicino. Il mattino seguente lo spettacolo che si mostrò ad un manipolo di taglialegna non fu dei migliori: distesa al limitare del bosco, con i lunghi capelli corvini accasciati sull’erba e gli occhi color nocciola che fissavano il vuoto, si trovava la figlia del fabbro. Era una ragazza bellissima e quella mattina vestiva uno dei suoi abiti migliori. Non una goccia di sangue, né un livido, né altri segni di violenza intaccavano la sua pelle marmorea. La causa del decesso non si spiegava, sembrava morta di colpo, come se la sua anima avesse deciso di abbandonarla di punto in bianco. Troppo occupati a fissare con orrore il corpo della ragazza, nessuno fece caso alla piccola piuma bianca nascosta tra le ciocche dei suoi capelli, ne tanto meno quando, dopo averla sollevata, la piuma cadde con un rumore impercettibile a terra. Al funerale parteciparono tutti, Lucifer compreso, che quella mattina era stato svegliato di soprassalto dal locandiere che lo aveva trovato profondamente addormentato nella sua stanza. Lucifer andò dritto dalla famiglia del fabbro per porgere le sue condoglianze insieme ai paesani: sul suo viso si potevano leggere sincero dispiacere e tristezza per l’accaduto: “Anche se l’avevo conosciuta da poco, avevo subito riconosciuto in Diana una grande gentilezza e bontà d’animo. Quello che è successo è imperdonabile e chiunque sia il responsabile pagherà. Chi uccide una giovane con questa freddezza non è umano. Rimarrò qui fino a che non avremo trovato il responsabile, la mia magia può aspettare. A volte il punto di vista di un estraneo può essere d’aiuto”. Dopo questo discorso i pochi sospetti che si erano andati formando riguardo al forestiero crollarono e tutti provarono grande rispetto e gratitudine verso quell’uomo tanto gentile e altruista. Tutti tranne Don Vittorio, ovviamente, che all’interno della piccola chiesa camminava freneticamente, sudando e maledicendo Lucifer: “Conosco il tuo sporco gioco maledetto. Ho capito chi eri nell’esatto momento in cui ti ho visto in faccia, nell’istante in cui ho visto l’Inferno nei tuoi occhi e il fuoco tra i tuoi capelli. Potrai ingannare questi stolti, ma io ti rispedirò nelle fiamme da cui provieni”. Ma chi avrebbe potuto dare ragione alle prediche di un vecchio prete paranoico e ossessivo, quando ci si poteva affidare all’aiuto di un giovane carismatico, altruista e con una parlantina tanto convincente? Nei giorni che seguirono il colpevole non fu trovato anzi, le morti aumentarono ed erano sempre ragazze bellissime a morire. Sulla scena sempre un particolare ricorreva: una piccola piuma invisibile agli occhi disattenti degli uomini. Fino a che una sera, non venne ritrovato il cadavere dell’ultima giovane rimasta in vita: i capelli color grano erano come sbiaditi e il suo corpo nudo interamente ricoperto di piume bianchissime. Nessuno poteva crederci: per tutto questo tempo lo straniero li aveva ingannati, presi in giro. Ma ora avrebbe pagato. Gli uomini inferociti, brandendo fiaccole e forconi capitanati da Don Vittorio, corsero verso la locanda, dove Lucifer ogni sera si rinchiudeva con la scusa di star mettendo a punto un piano per catturare l’assassino. Il parroco con sguardo truce e trionfante pregustava già il momento in cui quel satanasso sarebbe stato messo alla forca, o peggio. Ma così non fu. La locanda venne trovata in fiamme e sia Lucifer che il suo asino erano spariti nel nulla. Furono inviate svariate squadre di ricerca che setacciarono per chilometri e chilometri i campi circostanti, ma di lui nessuna traccia. Aveva vinto, come sempre.

In una calda mattina di primavera una sottile figura incappucciata camminava lungo un sentiero, portandosi appreso un asino schiacciato dal peso di due grandi sacchi. In quel momento per una forza misteriosa, l’uomo guardò in alto e una piuma bianchissima guidò il suo sguardo verso un paesino poco lontano: “Ottimo lavoro-sussurrò – è perfetto”.

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